L’omicidio di Nada Cella è uno dei più complessi della storia italiana, non tanto per la perfezione del delitto in sé, quanto per la natura prevalentemente indiziaria delle informazioni raccolte dagli inquirenti nel corso degli anni. Sebbene questi elementi, se interpretati con coerenza e logica, possano formare ipotesi investigative interessanti, resta incerto se siano sufficienti a sostenere un’accusa formale e a condurre a una condanna definitiva. Secondo molti, alla luce degli ultimi sviluppi del caso e del rinvio a giudizio di una donna, il rischio è che si configuri un processo indiziario.
I sospetti
Allo stato attuale, Annalucia Cecere risulta la principale indiziata per l’omicidio. Secondo il pubblico ministero Gabriella Dotto, il movente sarebbe la gelosia: la Cecere, profondamente infatuata del commercialista Marco Soracco, non avrebbe tollerato la presenza della giovane segretaria nel suo studio. In preda a questa ossessione, la donna avrebbe deciso di eliminare Nada con un gesto brutale e, forse, premeditato. A conferma di ciò, emergono numerose testimonianze, ma scarse evidenze concrete.

Il 4 febbraio 2023, il genetista Emiliano Giardina ha concluso la sua perizia sui reperti biologici rinvenuti sul corpo di Nada Cella e nello studio di via Marsala 14: dai risultati non emerge alcuna prova che Annalucia Cecere fosse effettivamente presente nello studio di Marco Soracco la mattina del 6 maggio 1996.
Eppure, a 28 anni di distanza e senza prove decisive, la donna è stata rinviata a giudizio con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Per capirlo, non sarà necessario ripercorrere l’intera vicenda, un groviglio di dati e supposizioni accumulati nel tempo che hanno reso questo caso torbido e impenetrabile. Basterà concentrarsi su alcuni passaggi chiave e tornare a quella tragica mattina, quando il commercialista Marco Soracco entra nel suo studio di Via Marsala 14 e trova riversa a terra la sua giovane segretaria, la ventitreenne Nada Cella.
La scena del crimine
È una scena che trasuda violenza, le pareti e il pavimento sono ricoperti di sangue, mentre gli oggetti personali della ragazza sono sparpagliati a terra. Tutto sembra indicare un delitto d’impeto, frutto di un cieco furore. Tuttavia, un’analisi più approfondita degli indizi presenti – e soprattutto di quelli assenti – suggerisce una dinamica più complessa.

In quell’ufficio vengono ritrovati alcuni elementi particolari: impronte palmari, ciocche di capelli e un bottone con scritto Great Seal of the state of Oklahoma. Risulta assente l’arma del delitto.
Le perizie effettuate, comprese quelle più recenti, non sono in grado di affermare che le tracce biologiche appartengano ad Annalucia Cecere; non è stato trovato alcun profilo biologico riconducibile all’indagata. Resta, tuttavia, da capire la provenienza di quel bottone: i verbali di una perquisizione condotta dai carabinieri a casa della donna nel maggio del 1996 documentano il ritrovamento di 5 bottoni – apparentemente uguali a quelli trovati nella scena del crimine – proprio in uno dei suoi cassetti. Il confronto effettuato dagli inquirenti tra il bottone di Via Marsala e i cinque bottoni ritrovati nell’abitazione di Cecere non ha portato a risultati definitivi. Sono emerse lievi differenze nella dimensione e nel colore e, inoltre, si tratta di un accessorio troppo diffuso per poter indicare, inequivocabilmente, la sua appartenenza a una persona specifica. Potrebbe quindi trattarsi di una semplice coincidenza?

Le testimonianze
In realtà, i carabinieri si recarono presso l’abitazione dell’attuale imputata (all’epoca Cecere non era nemmeno tra i sospettati) in seguito a una telefonata anonima da parte di una donna che dichiarava di nutrire forti sospetti nei confronti di una sua vicina di casa, una ragazza giovane, irruenta, e psichicamente instabile. Secondo quanto raccontato, questa vicina, poi identificata in Annalucia Cecere, frequentava spesso serate danzanti insieme a Marco Soracco, uomo di cui si diceva fosse follemente innamorata, tanto da proporgli, in diverse occasioni, di sposarla. Per di più, sembrava infastidita dalla presenza della segretaria nel suo ufficio. La testimone aggiunse, inoltre, un altro dettaglio particolare: la mattina dell’omicidio Cecere uscì di casa molto presto con il suo motorino e al suo ritorno si mise a stendere i panni, attività che, secondo la testimone, svolgeva raramente.
Con questa telefonata si apre il complesso capitolo delle testimonianze. Il processo del 6 febbraio potrebbe infatti poggiare interamente sulle dichiarazioni di alcuni abitanti che sostengono di aver visto una giovane donna formosa, con capelli scuri e mossi fino alle spalle, aggirarsi nei pressi dell’edificio di via Marsala 14 la mattina del 6 maggio 1996. I racconti convergono su un dettaglio significativo: la donna, visibilmente agitata e con una mano insanguinata, si sarebbe allontanata dall’edificio a bordo di uno scooter nero. Questo elemento, per quanto indiziario, rappresenta un punto di estremo interesse per gli inquirenti: la coerenza delle testimonianze potrebbe tradursi in una prova di grande rilievo in sede processuale. Ma, sebbene le deposizioni testimoniali – qualora siano dotate di sufficiente coerenza logica e di adeguata precisione – costituiscono, di norma, piena prova dei fatti in esse attestati, è possibile affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che quella donna fosse proprio Annalucia Cecere? E, ammesso che si possa affermare con sufficiente grado di certezza che quella donna fosse proprio l’imputata, questo elemento è sufficiente per dire che sia stata lei ad uccidere Nada Cella nello studio del commercialista, dove nessuna traccia biologica della sua presenza è stata rilevata?
Due visioni contrapposte
Questi dubbi sono stati determinanti per il Gip Nutini, che, nel marzo 2024, aveva disposto il non luogo a procedere nei confronti di Cecere, ritenendo impossibile formulare una ragionevole previsione di condanna. In linea con la riforma Cartabia, l’imputato deve essere prosciolto qualora gli elementi a disposizione non consentano di formulare tale previsione. Al contrario, Gabriella Dotto, il pubblico ministero che ha impugnato la decisione del Gip, ritiene che gli elementi contro l’imputata siano numerosi e concordanti. Una visione condivisa anche dalla Corte d’appello di Genova, che ha accolto la richiesta del Pm di procedere con il rinvio a giudizio.

A supporto di questa posizione vi è una rivalutazione complessiva degli elementi probatori, arricchita da nuove testimonianze. Tra queste spicca quella di un frate, Lorenzo Zamperin, il quale ha riferito alcune confidenze ricevute da Marisa Bacchioni, madre del commercialista Marco Soracco. Secondo il testimone, la donna era a conoscenza del fatto che l’autrice dell’omicidio fosse una donna invaghita di suo figlio e avrebbe scelto di tacere per proteggerlo.

Va sottolineato che Marco Soracco e sua madre hanno sempre mostrato un atteggiamento ambiguo, poco trasparente e poco incline alla collaborazione, arrivando più volte a mentire al pubblico ministero dell’epoca. Tuttavia, non emergono elementi probatori sufficienti a dimostrare un loro diretto coinvolgimento nel delitto. Entrambi saranno chiamati a rispondere unicamente dei reati di favoreggiamento e di false dichiarazioni al pubblico ministero.
Il 6 febbraio 2025 avrà dunque inizio il processo in cui Annalucia Cecere è imputata per omicidio volontario aggravato, mentre Marco Soracco e Marisa Bacchioni sono accusati di aver fornito false informazioni al pubblico ministero e di avere con ciò aiutato Cecere a eludere le investigazioni a suo carico. Sebbene il procedimento si baserà su elementi indiziari, l’obiettivo è fare chiarezza e offrire giustizia a Nada Cella e alla sua famiglia, ponendo fine a una vicenda segnata da dubbi e incertezze.


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