Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival nel settembre 2025, Good Boy è una dark comedy drammatica e grottesca diretta dal regista polacco Jan Komasa, noto per le sue narrazioni lucide e controverse, capaci di provocare e far riflettere.
Nel ruolo del protagonista, Tommy, troviamo Anson Boon, giovane attore britannico già interprete di Johnny Rotten nella serie Pistol e premiato alla Festa del Cinema di Roma come miglior interpretazione maschile proprio per questo ruolo. Al suo fianco, Stephen Graham, già visto nei panni di un padre ambiguo e tormentato nella miniserie Adolescence, e Andrea Riseborough, il cui volto enigmatico sembra prestarsi naturalmente al thriller psicologico e disturbante.
Tommy è un giovane bullo la cui esistenza ruota attorno ad alcol, droghe e violenza. Una notte viene rapito da Chris, un padre di famiglia che lo incatena nel seminterrato della propria abitazione e lo sottopone a metodi di rieducazione decisamente poco convenzionali. Punizioni, privazioni e ricompense dovrebbero trasformarlo in un “bravo ragazzo”. Komasa trasferisce lo stesso delirio pedagogico di Arancia meccanica tra le mura domestiche, affidandolo a due genitori convinti di poter salvare un ragazzo contro la sua volontà. Parallelamente, il film mostra la quotidianità di Chris con la moglie Kathryn e il figlio Jonathan. Anche il bambino subisce un’educazione severa e punitiva, imposta soprattutto dalla madre, Kathryn, che appare sprofondata in una depressione quasi catatonica. Dietro la sua apparente apatia si nasconde, però, una donna scaltra e manipolatrice, regista occulta del rapimento e del progetto di rieducazione di Tommy.

La crudezza di alcune scene rimanda al Dogtooth di Lanthimos – uno dei più geniali film del regista – dove la casa diventa un sistema chiuso in cui i genitori stabiliscono cosa sia normale, giusto e persino amorevole mentre il controllo è riscritto come cura. Infatti, con il passare del tempo Tommy, pur rimanendo prigioniero, viene coinvolto nelle attività della famiglia: giochi, cene, picnic in campagna e discussioni sui libri. L’ostaggio diventa progressivamente prima un ospite e poi un figlio adottivo; i confini della sua prigione si allargano fino a ricoprire tutta la casa. Tommy diventa il progetto comune della loro fantasia domestica, il collante che restituisce loro un’apparente armonia familiare. Komasa torna così a interrogarsi sulla possibilità di cambiare un giovane considerato irrecuperabile. Nel film Corpus Christi la trasformazione nasceva dall’appropriazione spontanea di un’altra identità: un ragazzo proveniente da un centro di detenzione si fingeva sacerdote e finiva per trovare, proprio nella finzione, una possibilità di riscatto. Tommy, al contrario, non sceglie il ruolo del “bravo ragazzo”: sono i suoi rapitori a scriverlo per lui, costringendolo a recitarlo. Ma una redenzione imposta può essere davvero autentica? Il regista sembra evocare la sindrome di Stoccolma, dove la vittima può sviluppare un legame emotivo con il proprio carnefice come strategia di sopravvivenza. In Good Boy, tuttavia, il meccanismo è ancora più profondo. Il sequestratore prima sottrae la libertà e poi ne restituisce piccole porzioni, facendo percepire ogni concessione come una ricompensa e generando un sentimento di debito.
Tommy si affeziona alla famiglia ma, soprattutto, ne interiorizza la logica. Impara a credere che privare qualcuno della libertà possa essere un gesto di cura e che la violenza diventi legittima quando viene esercitata “per il suo bene”. Per questo, una volta libero, farà lo stesso alla sua ragazza. La manipolazione ha successo non perché elimina la sua aggressività, ma perché le fornisce una nuova giustificazione morale. Good Boy racconta la capacità del male di cambiare linguaggio, travestendosi da educazione, protezione e persino amore. Komasa lo rappresenta con sarcasmo attraverso un’immagine precisa e simbolica: arrivo a spezzare le mie catene soltanto per usarle con qualcun altro.


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