Il caso del noto medico dell’Inter, Roberto Klinger, ucciso a colpi di pistola il 18 febbraio 1992 in Porta Romana è ancora aperto
Quella mattina, come ogni giorno, Roberto Klinger era uscito di casa molto presto per portare a spasso il cane e, intorno alle 7:20, si era incamminato verso la sua auto per recarsi al lavoro. A quell’ora, via Muratori era semideserta: la città si era appena svegliata e la maggior parte delle persone si trovava ancora in casa, intenta a prepararsi per la giornata. In un appartamento poco distante dall’auto del medico, due donne stavano preparando la colazione quando, all’improvviso, udirono tre colpi secchi. Incuriosite, si affacciarono alla finestra e videro un uomo accasciato all’interno di un’auto.

La dinamica dell’omicidio di Roberto Klinger apparve chiara fin da subito: un’esecuzione. Il corpo presentava due colpi di pistola al volto e uno al torace, un metodo che lascia pochi dubbi sulla natura del delitto. La scena del crimine era pulita, e gli investigatori si misero immediatamente alla ricerca di testimoni. Una ragazza che portava a spasso il cane riferì di aver visto un uomo alto, con un cappotto beige, allontanarsi in fretta dalla scena e due studenti universitari descrissero un individuo alto circa 184 cm, con un giubbotto marrone e i capelli lunghi, impastati di gel, mentre fuggiva da via Muratori. Infine, un commesso del supermercato Unes raccontò di aver notato, nei giorni precedenti e successivi all’omicidio, un uomo molto alto e dalla corporatura robusta aggirarsi con fare sospetto nei pressi del civico 9, dove viveva la vittima. Le descrizioni coincidevano su alcuni dettagli. Ma chi era l’uomo misterioso?
Klinger non aveva nemici
Roberto Klinger, ex medico dell’Inter e della squadra di pallacanestro di Cantù, era stimato per la sua professionalità e integrità. Amici e familiari lo descrivono come un uomo onesto e senza nemici. Gli investigatori hanno analizzato a fondo il suo passato, senza trovare nulla di sospetto o di compromettente. Le indagini confermeranno la sua trasparenza, lasciarono aperto un interrogativo: chi poteva volerlo morto?
Alessandro Pieretti
Una svolta nelle indagini arrivò con la testimonianza di Franco Zavattini, neurologo e direttore dell’ospedale Pio X, dove Roberto Klinger lavorava. Zavattini raccontò di un medico, Alessandro Pieretti, che poco tempo prima aveva avviato un contenzioso contro l’ospedale per un intervento finito male e aveva chiesto a Klinger di testimoniare a suo favore. Pieretti era noto per il suo carattere instabile e per i suoi disturbi psichici. Girava armato nei corridoi dell’ospedale e, nelle settimane precedenti all’omicidio, aveva tentato più volte di contattare Klinger senza successo. Gli aveva persino scritto una lettera inquietante, esortandolo a parlare in suo favore durante la causa: “Tu non mi farai perdere la possibilità di essere risarcito. Io sarò lì ad ascoltare quello che dirai, e dentro di te ci sarà il piacere di aver fatto giustizia, un piacere che durerà tutta la vita.” Per gli inquirenti, Pieretti sembrava il sospettato perfetto: aveva un possibile movente, un carattere disturbato, una passione per le armi e un alibi debole. Un testimone lo collocava nei pressi di via Muratori 9 nei giorni vicini all’omicidio, e una delle sue pistole, una Beretta 7.65, era compatibile con l’arma del delitto. Tuttavia, gli elementi contro di lui si rivelarono insufficienti. L’avvocato difensore, Armando Cirillario, riuscì a smontare le accuse e la Cassazione confermò la tesi della difesa. Il caso venne archiviato, lasciando ancora aperto l’interrogativo su chi fosse realmente l’assassino di Roberto Klinger.
Una nuova pista
Un nuovo sviluppo nelle indagini sull’omicidio di Roberto Klinger riporta l’attenzione su Umberto Pietrolungo, esponente di spicco della mafia di Cetraro. L’11 giugno scorso, la procura di Vicenza ha richiesto la custodia cautelare per Pietrolungo, accusato dell’omicidio dei coniugi Fioretto, avvenuto il 25 febbraio 1991. Gli investigatori hanno individuato un elemento chiave che collega i due casi: la pistola usata per uccidere i Fioretto, una Molgora 7.65, è compatibile con l’arma che ha colpito Klinger. Si tratta di una pistola a salve modificata per sparare proiettili veri, spesso impiegata dalla criminalità organizzata poiché difficile da rintracciare. Entrambi gli omicidi furono rivendicati dalla Falange Armata, un espediente utilizzato dalle mafie per depistare le indagini. Il modus operandi dell’assassinio di Klinger, inoltre, rafforza la pista mafiosa: due colpi alla testa, uno al torace, esecuzione rapida e senza possibilità di fuga. C’è però un punto critico nella ricostruzione: il 4 marzo 1991, giorno dell’omicidio di Klinger, Umberto Pietrolungo era detenuto per rapina a mano armata e sequestro di persona su ordine del Tribunale di Milano. Gli inquirenti ipotizzano quindi il coinvolgimento di un suo complice. Sulla vicenda stanno ora lavorando le procure di Milano e Vicenza.


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