Calvino diceva che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire. La sua eternità risiede nella capacità di inserirsi nell’immaginario umano, attraversare epoche diverse e dare forma a esperienze universali come la guerra, la sofferenza e la morte. La mitologia greca svolgeva anche questa funzione: forniva chiavi con cui interpretare la realtà e rendere comprensibili fenomeni che sfuggivano al controllo degli uomini. L’Odissea di Omero è il punto di approdo di una lunga tradizione orale composta da canti, formule e racconti continuamente rielaborati prima della loro fissazione scritta. La trasformazione appartiene quindi alla storia stessa del poema. Nelle arti la forma e il tempo sono essenziali, perché determinano il modo in cui un contenuto viene pensato e percepito. Uno stesso mito può assumere significati diversi quando attraversa linguaggi ed epoche differenti: la letteratura lo incarna in personaggi, ambienti ed esperienze individuali; la filosofia ne isola le contraddizioni e le trasforma in strumenti di interpretazione della realtà; il cinema le traduce nella concretezza delle immagini, dei corpi, dei suoni e del movimento. Il passaggio dalla letteratura al cinema richiede sempre una nuova elaborazione dell’opera. André Bazin, uno dei più importanti teorici e critici cinematografici del Novecento, considerava la fedeltà letterale un criterio insufficiente per giudicare un adattamento. Il cinema deve quindi reinterpretare la letteratura attraverso il proprio linguaggio e il proprio tempo, trasferendo lo spirito dell’opera in una nuova forma espressiva. Le arti nascono all’interno di una storia, di un mercato e di un preciso contesto sociale. Si rivolgono a un pubblico e dialogano con le inquietudini del proprio tempo, veicolando significati politici capaci di raggiungere milioni di spettatori.
AL SERVIZIO DEL CINEMA
L’Odissea di Nolan fa esattamente questo: utilizza i personaggi e le strutture del poema per elaborare una narrazione autonoma, conservando uno dei nuclei essenziali del mito, la natura contraddittoria di Ulisse. Eroe dell’intelligenza e dell’inganno, della resistenza e della sopraffazione, della curiosità e della superbia, Ulisse sfugge a qualsiasi giudizio morale univoco. La sua ambivalenza lo rende una figura sempre disponibile a nuove interpretazioni. Ad esempio, uno dei temi centrali del film è la xenìa, il vincolo sacro dell’ospitalità protetto da Zeus Xenios, la famosa legge di Zeus. Nel mondo omerico l’accoglienza dello straniero rappresenta una regola fondamentale della società: il padrone di casa è tenuto a offrire cibo, riparo e protezione all’ospite ancor prima di conoscerne l’identità. Questa legge stabilisce un limite alla forza e impone degli obblighi anche verso chi proviene dall’esterno della comunità; la sua violazione mette in pericolo l’intero ordine sociale. Ulisse ha trasformato la fiducia e la sacralità dell’accoglienza in strumenti di guerra. Attraverso l’inganno del cavallo induce i Troiani a introdurre dentro le mura ciò che credono un’offerta votiva, mentre accolgono inconsapevolmente i loro nemici. Lo spazio più protetto della città viene così violato dall’interno e il dono, simbolo di un legame pacifico, diventa il mezzo attraverso il quale si compiono il massacro e la distruzione di Troia. L’astuzia di Ulisse rivela dunque il lato più inquietante della sua intelligenza: la capacità di appropriarsi delle regole che rendono possibile la convivenza e di rivolgerle contro coloro che vi ripongono fiducia. Questo lo rende un eroe? O un criminale di guerra?
Ora si pensi al presente. Il diritto internazionale nasce dal tentativo di sottoporre la forza degli Stati a regole comuni, limitando le logiche di dominio e sopraffazione. Le continue violazioni di queste regole e la difficoltà di garantirne un’applicazione uniforme rivelano le fragilità di un ordinamento fondato sul riconoscimento reciproco degli obblighi. Quando gli Stati più potenti considerano le norme ostacoli da aggirare o strumenti da piegare ai propri interessi, le istituzioni perdono autorevolezza e capacità di intervento, mentre i rapporti internazionali tornano a essere regolati sempre più dalla forza. La xenìa omerica e il diritto internazionale contemporaneo appartengono a sistemi storici e giuridici profondamente differenti. Entrambi, tuttavia, pongono la stessa domanda fondamentale: che cosa accade a una comunità quando chi possiede la forza smette di riconoscere qualsiasi obbligo nei confronti dello straniero, del nemico o del più debole?

L’Ulisse rappresentato da Nolan incarna le contraddizioni dell’Occidente contemporaneo, che utilizza la scienza e la tecnica per aumentare il benessere e favorire il progresso sociale, ma finisce spesso per trasformarle in strumenti di morte e devastazione. Il cavallo di Troia non è stato un geniale congegno di guerra, ma lo strumento di un massacro. Sarebbe stato banale e anacronistico concentrarsi sull’astuzia dell’eroe e sul brillante dialogo con Polifemo. Nel film, invece, acquista particolare importanza il percorso di consapevolezza dell’eroe: Ulisse riconosce di aver distrutto, attraverso le sue azioni, non soltanto una città, ma un’intera civiltà e comprende che la sofferenza vissuta durante il viaggio deriva dalle sue decisioni. La punizione divina assume qui un significato umano: diventa colpa.
Il film obbliga chi lo guarda a interrogarsi sulle conseguenze della guerra, sul rapporto tra diritto e forza e sulla responsabilità individuale e collettiva di fronte alla violenza, rivelando la capacità del mito di illuminare conflitti che riguardano anche il presente. Se il dibattito intorno al film si concentra sul colore della pelle degli attori o sulla mancata aderenza letterale del film all’opera omerica, significa non soltanto che non si sono compresi il film e il cinema in quanto tale, ma anche che non si è colta la vera natura del mito e la funzione che esso continua a svolgere nel presente.
AL SERVIZIO DELLA FILOSOFIA
L’Odissea è stata anche un potentissimo strumento della critica filosofica novecentesca: nella Dialettica dell’illuminismo, i filosofi Max Horkheimer e Theodor W. Adorno analizzano il mito di Ulisse per mettere in luce le contraddizioni della razionalità occidentale. Ulisse diventa l’archetipo del soggetto che si emancipa dalle potenze mitiche attraverso l’astuzia, il calcolo e il dominio di sé. La ragione, nata dal desiderio di liberare l’uomo dalla paura e dalla sottomissione alla natura, si è ridotta a puro strumento di controllo, finendo per riprodurre la stessa violenza dalla quale voleva emanciparsi. In questo modo, la natura, gli altri uomini e il soggetto stesso diventano oggetti da amministrare, utilizzare e sfruttare. Il progresso tecnico ha fornito moltissimi benefici all’uomo, ma convive con nuove forme di assoggettamento e barbarie.

L’episodio delle Sirene offre a Horkheimer e Adorno una rappresentazione dello sfruttamento borghese. Ulisse vuole ascoltare il canto e sopravvivere al suo potere. Ordina quindi ai compagni di tapparsi le orecchie con la cera e di continuare a remare, mentre lui si fa legare all’albero della nave. I marinai lavorano senza poter accedere al piacere del canto. Ulisse, invece, può ascoltarlo, ma rimane immobile e incapace di abbandonarsi alla sua seduzione. La scena contiene una duplice rinuncia. I lavoratori sacrificano il piacere per garantire la prosecuzione del viaggio; Ulisse accede alla bellezza grazie al lavoro degli altri, ma può farlo soltanto reprimendo sé stesso. La sua sopravvivenza dipende dal calcolo, dall’autodisciplina e dalla capacità di trasformare il pericolo in un’esperienza controllata. Ulisse si appropria del potere del mito perché ne comprende il meccanismo e riesce a neutralizzarlo. In questo modo costruisce una soggettività apparentemente emancipata dalla natura, mentre i compagni rimangono vincolati al lavoro necessario alla sopravvivenza. Qui l’Odissea diventa uno strumento con cui i filosofi rivelano il prezzo nascosto della civiltà occidentale: il dominio della natura richiede il dominio degli altri uomini e la repressione della propria natura interiore.
AL SERVIZIO DELLA LETTERATURA
Passiamo ora alla letteratura. James Joyce compie un’operazione ancora diversa nel suo Ulysses. Il poema omerico diventa una struttura nascosta attraverso la quale la vita quotidiana di Dublino viene trasformata in un’epopea moderna. Il viaggio per mare si traduce negli spostamenti di un uomo attraverso la città; gli incontri ordinari assumono la funzione delle prove affrontate dall’eroe antico. Il titolo Ulysses rimanda direttamente all’Ulisse omerico, mentre il protagonista Leopold Bloom ne rappresenta la versione moderna e antieroica. Bloom è un uomo comune, vulnerabile e spesso umiliato. Affronta la solitudine, il lutto per la morte del figlio, l’antisemitismo e il tradimento della moglie con intelligenza, ironia e compassione. Il suo eroismo consiste nella capacità di sopportare la sofferenza senza trasformarla in violenza. Conserva la propria umanità di fronte alle umiliazioni e cerca di comprendere gli altri anche quando viene ferito.

Joyce rovescia così il modello dell’eroe guerriero e affida la grandezza a qualità tradizionalmente escluse dall’epica: la vulnerabilità, la tolleranza e la cura. Il viaggio di Ulisse attraverso il Mediterraneo diventa il percorso quotidiano del protagonista nella metropoli moderna. La conquista e il dominio lasciano spazio alla resistenza silenziosa di un individuo che continua a vivere e a riconoscere gli altri. Il mito cambia forma e rivela una nuova possibilità dell’eroismo.
Omero, la Scuola di Francoforte e James Joyce ci consegnano figure differenti di Ulisse. L’eroe può rappresentare l’intelligenza che salva, l’astuzia che inganna, la ragione che domina oppure la colpa e la vulnerabilità che rifiuta la violenza. Questa molteplicità dimostra la vitalità del mito e la sua capacità di interrogare epoche lontane tra loro.


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